Che cos’è il fantasy, innanzitutto?
Favole, mitologia, racconti di pura immaginazione ambientati in mondi immaginari e popolati da creature appartenenti al folklore, ai sogni, alla tradizione?
Certamente esso abbraccia molti aspetti che presuppongono un distacco dalla nostra realtà materiale, dando vita a svariati sottogeneri, alcuni dei quali sono giunti a rappresentare nel tempo anche usi, costumi o linguaggi prettamente moderni, lontani dai canoni classici.
I più esperti in materia tolkieniana storcerebbero il naso, per utilizzare un eufemismo, nel sentire un tale e banale accostamento; in realtà è indubbio affermare che il fantasy, come genere letterario soprattutto, ma anche videoludico, cinematografico e più genericamente culturale, abbia tratto notevole giovamento dall’essere di fatto identificato oggigiorno per prima cosa con il corpus di opere appartenenti al Professore di Oxford (scalzando i classici racconti della tradizione fiabesca o mitologica anche di tipo orale).
Ed è altresì indubbio affermare che gli scritti di Tolkien contengano tutti gli elementi propri di quel genere letterario troppo spesso associato a semplici favole per bambini, alla finzione come pura fuga da una realtà insoddisfacente, non degna dunque di raggiungere gli stessi livelli di una narrativa più impegnata sia dal punto di vista sociale che filosofico.
Quindi, si potrebbe affermare senza il pericolo di venir smentiti, che sia proprio grazie al professor Tolkien che il genere fantasy (ed alcune opere successivi ispirate ai suoi lavori) abbia conosciuto una profonda e radicale rivalutazione (in qualche caso pure troppa e insensata forse), riuscendo a scalare i gradini della piramide letteraria fino al meritato vertice e attirando a sé schiere su schiere di nuovi lettori, appassionati finanche studiosi. E ciò viene dimostrato dal fatto che, sempre più spesso, anche nelle scuole questo corpus di opere sia finalmente entrata a far parte di molti programmi riguardanti lo studio della letteratura anglosassone e dei classici della letteratura mondiale.
Tuttavia, per quanto il campo di appartenenza si possa definire corretto, sarebbe davvero riduttivo relegare le opere di Tolkien ad un unico genere narrativo. Sulla scia di quanto prodotto dall’illustre filologo sudafricano, si sono infatti succedute innumerevoli opere, oggi quasi incalcolabili, che da un lato hanno tentato di replicare, in versione più semplicistica e similare possibile, i personaggi e la storia raccontate dal Professore, mentre altre si sono via via concentrate maggiormente sulla complessità dell’intreccio e sulla sua lunghezza, proponendo le vicende di così tanti personaggi da rendere in molti casi difficile seguire la linea narrativa principale o focalizzare l’attenzione su di un protagonista.
Pochi sono gli esempi di fantasy creati non tanto per offrire una trama sempre più intricata e narrativamente estesa, ma per raccontare le storie di formazione, le sfide, le vittorie e le sconfitte dei personaggi che le vivevano, storie e protagonisti cosi intensi da essere ricordati tanto quanto gli Aragorn, Elrond e Sauron partoriti dalla mente di Tolkien. Individui che, solo per citarne alcuni, vanno ricercati negli Elric di Melnibone di Moorkock o Drizzt do’Urden di R.A. Salvatore: il primo un imperatore a capo della nazione più potente e preda di una incontrovertibile decadenza che decide di rinunciare a tutto per intraprendere un viaggio alla scoperta di sé stesso e dei popoli più deboli; il secondo una creatura del buio, destinata a diventare il maestro d’armi e assassino più forte del suo casato e del suo intero popolo, ma che scopre di non possedere un cuore malvagio e preferisce abbandonare la sua famiglia alla rovina e vivere in superficie, come guardiano degli innocenti.
Oppure ancora i gemelli Raistlin e Caramon Majere di M. Weis e T. Hickman, uguali nell’aspetto ma diversi nel carattere, destinati a strade diametralmente opposte e segnate dalla grandezza e sconfitta per il primo e dal successo di una vita semplice e felice per il secondo.
Eppure, Tolkien è riuscito ad andare oltre, non potendo limitarsi a concepire soltanto personaggi ben realizzati inseriti in un tema altrettanto ben congegnato. Egli ci ha regalato dei nomi, addosso ai quali ha ricamato storie e di conseguenza creato un mondo, semplice forse per trama e linearità degli eventi, o meglio più semplice di altri, senza giochi di potere o inganni e tradimenti ad ogni pagina, cambi continui dei personaggi, e nonostante ciò complesso come nessun altro è mai riuscito a fare nella sua costruzione, nella creazione di molti linguaggi e processi filosofici e teologici. Basti pensare all’importanza fondamentale che assumono due concetti basilari come Luce e Oscurità, ma a quanti aspetti e individui possono essere attribuiti, così come i concetti di Vita e Morte.
La grandezza dell’opera di Tolkien non sta certo nel numero di volumi che la compongono né nella quantità di pagine presenti all’interno dei vari tomi. Tolkien parla della lotta fra Bene e Male, del ruolo di una divinità suprema e del suo disegno per il creato, sollevando quegli stessi dubbi che l’umanità si è posta da sempre, dei poteri concessi alle forze angeliche, del significato di un nome e della sua eredità, dell’importanza fra spirito e corpo materiale, non disdegnando nemmeno l’incursione in tematiche sociali e ambientaliste, ponendosi contro l’eccessiva industrializzazione, ma senza stigmatizzare evoluzione e progresso.
Un fantasy ben oltre qualsiasi fantasy: un capolavoro.